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La soluzione finale e la Shoah – Dai fondamenti occulti del nazismo al genocidio ebraico

Una precisazione terminologica 

Prima di iniziare la nostra riflessione sulla questione ebraica sotto il totalitarismo nazista, è opportuna una precisazione terminologica intorno alla parola Shoah. Questo termine significa letteralmente “catastrofe”, dunque si differenzia dal termine biblico “olocausto”, che indica una forma di sacrificio rituale attestata non solo per la religione ebraica, ma anche per quella greca, per quella praticata dai Cananei e per tanti altri culti dell’antichità. Presso il popolo ebraico, prima della diaspora, il sacrificio di una vittima animale completamente consumata dal fuoco sanciva un rinnovo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.  Per il suo originario significato religioso, il termine olocausto, quando è usato in riferimento all’eliminazione di milioni ebrei, definiti “indesiderabili” dai nazisti, può risultare inappropriato, anche in considerazione del fatto che, più in generale, è stato riferito allo sterminio non solo degli ebrei, ma anche dei comunisti, dei Rom, dei testimoni di Geova, dei dissidenti tedeschi e dei Pentecostali, mentre la parola Shoah definisce solamente il genocidio degli ebrei.

Fondamenti occulti del nazismo e dell’antisemitismo

La Shoah è un fenomeno complesso che fu scandito da varie fasi, fino al culmine della cosiddetta “soluzione finale”. Già nel suo Mein Kampf, vero e proprio manifesto dell’ideologia nazionalsocialista pubblicato nel 1925, Hitler descrive la persecuzione e l’eliminazione sistematica degli ebrei come uno dei capisaldi del nuovo ordine che avrebbe voluto dare alla Germania e al mondo intero. Un mondo Judenfrei, libero dagli ebrei.

Perché questo accanimento contro gli ebrei?

Gli ebrei, sia in Germania sia nel resto dei paesi europei, ma anche negli Stati Uniti, pur mantenendo una forte coesione interna da non confondere con una forma di chiusura verso gli apporti di altre culture, si erano integrati da moltissimo tempo e in alcuni paesi, come la Polonia, erano presenti già dalla fine del XV secolo. Tuttavia il loro forte legame con la tradizione, dovuto allo status di popolo senza patria, li rendeva difficilmente inclini ad aderire a qualunque progetto totalitario. È noto a tutti che gli ebrei nel corso della storia hanno subito varie persecuzioni, ma la storia stessa ci insegna che le varie “cacce” agli ebrei sono state promosse da quanti credevano di non poter soggiogare questo popolo fortemente alla ricerca di una sua specifica identità. Se consideriamo che nella Germania degli anni ‘20 gli ebrei giocavano un ruolo determinante nella finanza, che si erano distinti come intellettuali di grande valore, o come pregevoli professionisti, o ancora come stimati uomini di scienza dal forte spirito critico, appare chiaro che agli occhi di Hitler e dei nazisti essi costituivano un grande impedimento per la realizzazione di quei piani oscuri, profondamente legati a concezioni e saperi occultistici che consideravano l’umanità divisa in razze superiori e inferiori.

Le teorie razziali di Hitler, unite all’uso delle svastiche e di altri simboli magico-religiosi mutuati da culti orientali o pseudoesoterici, vanno al di là di un credo politico. Esse affondavano le loro radici nello spiritualismo tipico del periodo a cavallo fra XIX e XX secolo. Il rifiuto del Positivismo di certi ambienti intellettuali aveva schiuso la via verso l’ignoto universo dei simboli e verso una costante ricerca di penetrazione dei misteri della natura.

Fin da ragazzo Hitler sogna la grande Germania del passato, una mitica nazione di eroi e combattenti e si appassiona agli articoli di una rivista razzista e antisemita, “Ostara”, dove gli ebrei erano definiti un “intralcio biologico” all’affermazione dei tedeschi. In diversi articoli della stessa rivista si parlava dei metodi per eliminare gli ebrei, i quali secondo Lanz Von Liebenfels, redattore di “Ostara” e fondatore di un’omonima confraternita, erano responsabili anche dello scoppio della prima guerra mondiale. Altre teorie che circolavano a quell’epoca presso numerosi cenacoli esoterici erano quelle che vedevano gli ebrei come uomini-scimmia, esseri subumani, e gli ariani come uomini-dei, esseri superiori. Gli ebrei avrebbero contaminato la razza ariana per mezzo dell’unione con le donne bionde della razza superiore. I diretti discendenti di questa presunta razza ariana, che fin dalla preistoria si sarebbe mossa dall’Oriente verso l’Europa centrale, sarebbero stati i popoli germanici. Delineato questo quadro, la visione della storia per Hitler e per coloro che condividevano le sue stesse convinzioni era quella di una lotta tra una razza pura, creatrice della civiltà, e tutte le altre razze, impure e portatrici del male. Oggi la genetica ha dimostrato che le differenze tra i popoli non sono utili a una classificazione definitiva dell’umanità in razze.

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I provvedimenti antiebraici del regime nazista

Il progetto nazista di annientamento degli ebrei comincia già a partire dal 1933, anno in cui Hitler diventa Cancelliere della Germania e in cui si insedia di fatto il suo regime dispotico. I primi provvedimenti che adottò furono indirizzati verso l’individuazione e la circoscrizione del nemico pubblico: l’ebreo. Le attività commerciali e professionali degli ebrei furono costantemente boicottate dalla propaganda antisemita. Dalle pagine della stampa o attraverso cartelli e manifesti o ancora con cortei e manifestazioni di piazza, i tedeschi venivano invitati a non acquistare alcunché dagli ebrei, a non farsi curare da medici ebrei, a non servirsi dei servizi che tali “esseri immondi”, accusati tra le altre cose anche di deicidio, avevano fino a quel momento offerto nel rispetto delle leggi dello Stato.

Con le leggi di Norimberga del 15 settembre 1935 gli ebrei vennero dichiarati cittadini di razza inferiore. Ai discendenti di Abramo veniva proibito il matrimonio con i cittadini ariani, i loro diritti civili venivano soppressi e non di rado scoppiavano vere e proprie sommosse antiebraiche.

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A partire dal 1938, stesso anno in cui anche l’Italia fascista si allineava all’antisemitismo nazista con la promulgazione delle leggi razziali, gli ebrei tedeschi dovettero aggiungere al proprio nome “Israel” se maschi e “Sarah” se femmine. Sul loro passaporto venne timbrata la lettera “J” che stava per Jude, giudeo. Con questi e altri provvedimenti, come a esempio il divieto di frequentare alcuni luoghi pubblici o addirittura di sedere nelle panchine dei parchi riservate agli ariani, gli ebrei divennero il bersaglio costante di Hitler e dei suoi collaboratori, tra cui tristemente ricordiamo: Adolf Eichmann, responsabile per la questione ebraica, Joseph Goebbels, ministro della cultura e della propaganda, e Hermann Göring, numero due del Reich.

La notte del 9 novembre 1938, dopo che un giovane ebreo polacco uccise Ernst vom Rath, diplomatico tedesco a Parigi, i nazisti scatenarono un poderoso attacco in tutta la Germania contro le abitazioni, i luoghi di culto e i negozi degli ebrei. Quella notte terribile oggi viene ricordata come “la notte dei cristalli” per ricordare le vetrine infrante dall’assalto dei fedelissimi di Hitler. Molti ebrei persero la vita e circa 30.000 di essi furono deportati nei campi di concentramento di Buchenvald, Sachsenhausen e Dachau, dove le torture, il freddo, la fame e gli stenti continuarono l’opera di morte tanto auspicata dalla propaganda hitleriana.

Con lo scoppio della guerra nel 1939 la situazione per gli ebrei peggiorò in maniera esponenziale. I bambini erano già stati esclusi dalle scuole pubbliche e i luoghi frequentabili dagli ebrei erano veramente pochissimi. Veniva imposto anche il coprifuoco e ogni tentativo di comunicazione era tenuto sotto il più stretto controllo. In Polonia, dove vivevano oltre due milioni di ebrei, ma anche in Austria e in Cecoslovacchia, la pratica del ghetto divenne lo strumento principale del controllo degli ebrei. I ghetti erano quartieri delimitati da muri e filo spinato, all’interno dei quali lo spazio diveniva sempre più esiguo e dove gli ebrei, costretti anche a indossare anche una stella gialla sugli indumenti, erano costretti a vivere in condizioni ai limiti dell’umanità. Dentro queste minuscole città nelle città il numero degli abitanti aumentava sempre più, mentre a diminuire erano il cibo e le condizioni minime di igiene e vivibilità. Il processo di disumanizzazione dell’ebreo era inarrestabile, ma il peggio doveva ancora venire.

Con l’avvio dell’Operazione Barbarossa, volta all’invasione dell’Unione Sovietica, il 22 giugno del 1941, Hitler decise di inasprire ancora di più la lotta alla presenza ebraica sui territori conquistati. Si susseguirono una serie di fucilazioni di massa e di massacri di civili ebrei, ma anche di zingari e di tutti i probabili oppositori. Tra il 29 e il 30 settembre 1941 nella città di Kiev vennero passati per le armi 30.000 ebrei, quanti erano stati lasciati vivi vennero deportati nei campi di concentramento polacchi che erano pronti a inghiottire i treni carichi di ebrei provenienti da ogni territorio posto sotto il controllo della Germania. A nulla valsero le urla strazianti delle donne e dei bambini nelle stazioni di partenza. Le percosse e gli ordini dei militari nazisti erano la legge. Una umanità dolente si preparava alla “soluzione finale”.

La conferenza di Wannsee e la “soluzione finale”

 Nel luglio del 1941 Hermann Göring, su ordine di Hitler, incaricò Reinhard Heydrich, gerarca nazista soprannominato der Henker (il boia), di provvedere definitivamente alla questione ebraica. Fu così che il 20 gennaio 1942 Heydrich insieme ad altri quattordici fedelissimi di Hitler si incontrarono segretamente nei pressi del lago Wannsee, non lontano da Berlino. Il problema principale per i nazisti era l’eccessiva presenza di ebrei in Germania e nei territori conquistati. In passato Hitler e Eichmann avevano pensato di trasferire tutti gli ebrei presenti in Europa in Madagascar. Il progetto si era rivelato troppo faraonico per via della lentezza che avrebbe assunto la sua realizzazione, inoltre gli inglesi dominavano i mari e sarebbe stato difficile contrastarli. Durante la conferenza Heydrich affermò che la politica di emigrazione coatta risultava insufficiente. Si doveva procedere a una pulizia etnica rapida, che permettesse allo stesso tempo la possibilità di liberarsi dei corpi degli uccisi. Durante l’avanzata verso Est, le truppe tedesche, che avevano proceduto con le fucilazioni, avevano fatto scavare ai condannati delle grandi fosse all’interno delle quali avvenivano le esecuzioni, ma tale procedura non soddisfaceva per i tempi lunghi, per il possibile indebolimento del morale delle truppe e per l’eccessivo sperpero di denaro in munizioni. Lo sterminio esigeva una pianificazione più attenta. Il numero di ebrei da sopprimere era calcolato in circa undici milioni di unità, cinque dei quali erano presenti nella sola Unione Sovietica. Fu così che Eichmann propose l’uso del gas, per mezzo del quale era possibile eliminare fino 60.000 ebrei in un solo giorno, attraverso delle speciali stanze camuffate da docce o camere di disinfestazione. I forni per la cremazione avrebbero poi risolto l’incombenza di sbarazzarsi dei cadaveri.

Rudolf Hess, uno dei primissimi collaboratori di Hitler, durante il processo di Norimberga dal banco degli imputati rese questa testimonianza:

‹‹Feci una visita al campo di Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio. Il comandante del campo mi disse di avere liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto efficienti, per cui, quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio, usai il ciclon B, acido prussico in cristalli, che veniva fatto cadere nella camera della morte da una piccola apertura. Per uccidere coloro che vi trovavano bastavano da tre a quindici minuti, a seconda delle condizioni atmosferiche. Sapevamo che le persone erano morte quando le grida cessavano.››[1]

Nel maggio 1942, nel campo polacco di Chelmno e poi in quelli di tutta l’Europa nazista, fu avviata l’Operazione Reinhard, chiamata così in onore di Reinhard Heydrich, il quale intanto era stato assassinato da un gruppo di partigiani cecoslovacchi. In questi campi oltre agli omicidi di massa furono compiuti anche numerosi esperimenti medici su ebrei ancora in vita. Il presunto fine scientifico di tali atrocità era quello di testare nuovi farmaci dopo aver iniettato nei corpi dei malcapitati virus letali o quello di verificare la resistenza umana in condizioni estreme.

Della documentazione redatta durante la conferenza di Wannsee è rimasta soltanto una trascrizione ritrovata da agenti americani durante una perquisizione al Ministero degli Esteri tedesco nel 1947:

‹‹Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l’Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico (come mostra l’esperienza della storia).››[2]

Milioni di ebrei, sfiniti fisicamente e psicologicamente, finirono i loro giorni in quei campi della morte. Il 30 aprile 1945, prima di suicidarsi nel suo bunker, Adolf Hitler, consegnando alla storia il suo testamento politico, si rivolse al mondo con queste parole:

‹‹Chiamo i leader delle nazioni e tutti gli uomini ad opporsi implacabilmente agli avvelenatori universali delle razze: gli ebrei.››[3]

Quanti sono sopravvissuti a quella barbarie, oltre al numero di identificazione tatuato sul polso hanno portato con loro, per il resto dei loro giorni, un ricordo indelebile delle crudeltà subite, una ferita che si è mostrata letale anche fuori dal campo. Molti scampati, infatti, si sono ammalati di depressione e della cosiddetta “sindrome del sopravvissuto”, un senso di colpa che ha minato le basi dell’armonia psicologica di tante donne e di tanti uomini.

In un’intervista rilasciata a Ferdinando Camon, Primo Levi, parlando della sua fede perduta in seguito alla detenzione nel campo di concentramento di Auschwitz, disse:

‹‹Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.››[4]

A distanza di quasi settant’anni c’è ancora chi cerca di mettere in discussione la verità storica della Shoah. Viene negata una precisa volontà omicida dei nazisti, vengono ridimensionate le stime degli ebrei morti, viene negata l’esistenza delle camere a gas, pur essendo ancora in vita alcuni sopravvissuti che offrono ogni giorno la loro implacabile testimonianza. Spesso i cosiddetti negazionisti, i quali preferiscono essere chiamati revisionisti, usano a loro favore la vecchia teoria del complotto ebraico per la conquista del mondo. La stessa teoria che, già prima dell’avvento del nazismo, aveva fatto sì che nella Russia zarista si producesse un falso documento noto come “I protocolli dei Savi di Sion”[5], in cui viene presentato un piano della fantomatica cospirazione ebraica. Tale documento fu portato all’attenzione delle masse anche da Hitler a sostegno delle sue folli azioni.

A conclusione di questo mio intervento, suscettibile di infinite integrazioni e modifiche ma sicuramente non di smentite, faccio mie le parole di Elena Loewenthal:

‹‹[…] si cresce, si studia e si lavora per diventare “persone” e tali restare per la vita. Persone e non numeri. Persone e non carne da macello. Persone e non subumani alla voce “soluzione finale”. Persone e non pasto per le camere a gas. Persone e non fumo per le ciminiere.››[6]

Bibliografia:

Brancati A. – Pagliarini T.

  • Il nuovo dialogo con la storia. Corso di storia per il triennio. Vol III, La Nuova Italia, Milano

Genco M.

  • Repulisti ebraico (le leggi razziali in Sicilia: 1938-1943), Istituto Gramsci Siciliano, Palermo

Loewenthal E.

2002 L’ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani, Milano

Taradel R.

  • L’accusa del sangue. Storia politica di un mito antisemita, Editori Riuniti, Roma

Sitografia:

www.binario21.org

www.albertomelis.it/memoria_siti_italiani.htm

http://www.storicamente.org/giorno-della-memoria-facchini_link1

www.storiaxxisecolo.it/nazismo/nazismodocu5.htm

www.yadvashem.org

Videografia:

Phyllis Cannon

1997 Hitler e l’occulto, Film Room Inc per History Channel, USA

[1] Testimonianza riportata in Brancati A. – Pagliarini T., Il nuovo dialogo con la storia. Corso di storia per il triennio. Vol III, pag. 311, La Nuova Italia, Milano

[2] Cfr. www.storiaxxisecolo.it/nazismo/nazismodocu5.htm

[3] Cfr. Phyllis Cannon 1997, Hitler e l’occulto, Film Room Inc per History Channel, USA

[4] Cfr. www.wikipedia.org/wiki/Primo_levi

[5] Cfr. www.wikipedia.org/wiki/Protocolli_dei_Savi_di_Sion

[6] E. Loewental 2002, L’ebraismo spiegato ai miei figli, pag. 61, Bompiani, Milano

Il primo venerdì di Quaresima dei Trentatré di Carini (Pa)

A Carini (PA) il panorama rituale legato alla penitenza è di esclusivo appannaggio della Confraternita della Via Crucis e comincia ad essere agito, in alcune sue parti, ogni venerdì a partire dal terzo venerdì del mese di novembre, per articolarsi nella sua forma completa il primo venerdì di Quaresima.

 La Confraternita della Via Crucis è conosciuta anche come la Confraternita dei Trentatré, dal numero delle persone che la fondarono nel 1712. Come sottolinea il confrate Superiore, coadiuvato nella gestione della confraternita da un Congiunto di mano destra, da un Congiunto di mano sinistra e da un Segretario:

 ‹‹Vengono accettati solo gli incensurati, quanti sanno mantenere un comportamento austero anche al di fuori delle attività della confraternita, coloro che in paese non sono malvisti e chiaramente chi non gioca d’azzardo››.

Dal terzo venerdì di novembre fino all’ultimo venerdì prima della Quaresima i confrati si incontrano nella loro cappella per celebrare la Via Crucis. A partire dal primo venerdì di Quaresima il rito diviene più complesso e ogni azione è rigidamente formalizzata. All’imbrunire i confrati cominciano ad arrivare a uno  a uno. I banchi della cappella sono addossati alle pareti, per lasciare spazio al centro della piccola navata. Due tavoli sono posizionati all’entrata di fronte all’altare. Entrambi sono coperti con pesanti drappi di vari colori. Su quello più grande sono posti: una croce, un teschio di colore nero, due candele accese e una campanella. Sull’altro tavolo, di fianco al primo, ci sono i registri su cui il Segretario segnerà il versamento della quota associativa dei confratelli. Accanto a questo tavolo, appoggiato al muro, c’è lo stendardo della Confraternita su cui campeggia una croce che si erge sul simbolo francescano delle braccia incrociate a indicare mutuo soccorso e su cui sta scritto “Congregazione della Via Crucis dei 33”.

Sequenza 01

Ai piedi dell’altare, su un cuscino rosso, coperto da un drappo ricamato di colore bianco, è adagiata la statua del Cristo morto con gli arti superiori mobili in posizione parallela al busto. Intorno a esso sono accese dodici lampade in forma di candele. All’interno della Cappella ogni oggetto rimanda alla dimensione penitenziale del culto cristiano. Una grossa teca di vetro custodisce una statua dell’Ecce homo. I dipinti raffigurano la Via Crucis. Su una parete sono poste tre croci sovrapposte: due nere che ricordano quelle dei ladroni e una dorata che raffigura quella del Cristo. Sull’altare gli strumenti della Passione: chiodi, flagello, lancia.

Ogni confrate compie gli stessi gesti nel più assoluto silenzio, poiché l’assenza di suono (vocale o strumentale) è anch’essa indice di penitenza. Appena entrato, tocca le croci sovrapposte appese accanto alla porta e si fa il segno della croce. Prima di genuflettersi all’inizio della navata saluta con un cenno del capo i due Congiunti e il Superiore, il quale risponde suonando la campanella. Il confrate, genuflesso, recita nella sua mente un Padre nostro, poi si alza e lentamente si avvicina all’altare, davanti a cui si inginocchia, per baciare le ferite sul corpo del Cristo Morto. Accanto al simulacro del dio defunto c’è una scatola rettangolare avente un divisore interno. Una parte di essa è scoperta e contiene dei piccoli fogli di carta arrotolati (pizzini), dove sta scritto il nome di un confrate deceduto. La parte coperta reca un piccolo foro attraverso cui il confrate introdurrà  un pizzinu, in modo da compiere il rito in suffragio e in sostituzione di un altro confrate che non è più in vita.

Sequenza 02

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Alzatosi, raggiunge una piccola stanza ricavata con dei tendaggi dietro l’altare e compie la “vestizione”, indossa cioè una corona fatta con rami d’ulivo selvatico o di vite per ricordare la corona di spine del Cristo e intorno al collo si pone un flagello di corda intrecciata ricavato dall’ampelodesma (ddisa) e chiamato libbanu. Assunto l’aspetto del penitente, saluta tutti dicendo: ‹‹Sia lodato Gesù Cristu›› e gli altri rispondono ‹‹Oggi e sempre››.

L’arrivo dei confrati si protrae in questo modo per circa un’ora. Giungono anche alcune donne che prendono posto su alcune sedie affiancate alle pareti della cappella. Quando tutti i confrati sono arrivati il Superiore suona la campanella per qualche secondo e tutti si inginocchiano ponendosi lungo le pareti della navata.

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Ha inizio la recita del Rosario in suffragio dei defunti, guidato dal confrate Segretario. I misteri recitati sono quelli dolorosi, qui trascritti integralmente nella forma in cui sono stati raccolti e come sono riportati su un libretto a stampa (errori ortografici e grammaticali compresi) contenente tutte le preghiere recitate durante il rito. Il lessico utilizzato rimanda all’uso ecclesiastico preconciliare:

 

I mistero

Dove si contempla come Nostro Signore Gesù Cristo

facendo orazione nell’orto sudò sangue.

II mistero

Dove si contempla come Gesù Cristo

fu flagellato in casa di Pilato

e furono date immiserevoli battute

 

III mistero

Dove si contempla come Gesù Cristo

fu coronato di pungentissime spine

 

IV mistero

Dove si contempla come Gesù condannato a morte

per sua maggiore vergogna e dolore,

gli fu posto sopra le spalle il pesante legno della Croce

 

V mistero

Dove si contempla come Gesù Cristo

giunto al monte Calvario fu spogliato e confitto in Croce,

con durissimi chiodi, dove era presente l’afflittissima Madre

 

Dopo i misteri, il Segretario invita a recitare un reque materna (così sul libretto) per i defunti. I confrati, in segno di benedizione, fanno un segno di croce davanti a loro con la mano destra. Il Rosario si conclude con questa corale invocazione:

 

Le braccia da pietà

che al mondo apristi

caro Signore dell’albero Fatale

piegali a noi che peccatori e tristi

teco aspiriamo al Secolo Immortale.

La Via Crucis vera e propria inizia nel momento in cui un confrate scelto dal Superiore (a rappresentanza) prende su di sé una pesante croce. Le quattordici stazioni (fermate), che si recitano compiendo un giro dell’intero edificio sacro, si aprono tutte con la formula latina: Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Il confrate Segretario postosi accanto al confrate che reca la croce, oltre a rievocare il momento storico della Passione collegato alla stazione, esorta gli altri confrati a riflettere (Considera) sul comportamento tenuto da Cristo in quell’occasione e a trarre (Caverai) esempio da costui per condurre una vita senza macchia. Nelle ultime due stazioni invita, invece, a non abbandonare Maria Addolorata, vero oggetto di compassione. Sei versi in rima baciata chiudono tutte le esortazioni.

I Stazione:

Rappresenta il pretorio di Pilato ove fu condannato Gesù; il quale per nostro amore accettò volentieri la sentenza di morte per dare a noi la vita.

Considera la grande umiltà, con la quale il benigno Signore si fece reo per te; ammira la sua somma carità che gli fa ricevere quella sentenza che tu meritavi per i tuoi gravissimi peccati.

Caverai da ciò umiltà e pazienza nelle occasioni che Iddio ti da di essere dispregiato per amor di chi tanto sopportò per te.

 

Nel pretorio di Pilato,

mio Gesù sei condannato;

ed io come, così ingrato

che non piango il mio peccato

deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

 

II Stazione:

Rappresenta il luogo dove diedero a portare la croce al nostro Gesù che amorosamente l’abbracciò.

Considera la sua prontezza in pigliarsi la pesante croce, ancorchè così affannato; vedi con che allegrezza soffre su le spalle tanto peso vergognoso per la gloria del suo eterno Padre, e per la salute del mondo.

Caverai prontezza grande nel ricevere quella croce che Dio ti manda per soddisfazione dei tuoi peccati.

 

Con la croce che ricevi,

mio Gesù, mi sollevi

ed io tutto scellerato

con mie colpe t’ho aggravato.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

III Stazione:

Rappresenta la prima caduta di Gesù, ed i ludibri e i disprezzi che patì nell’alzarsi da terra.

Considera la mansuetudine del Signore, che tra tanti dolorosi affanni, tace senza lamentarsi, ma ripigliata la croce prosegue il viaggio.

Caverai fermo proposito di portare senza lamentarti la croce del tuo Signore, resistendo alle difficoltà, che potrà indurti il demonio.

 

Mio Signor caduto al suolo,

tutto angustie e tutto duolo;

mi dispiace che ti offesi

cò miei atti discortesi.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

IV Stazione:

Rappresenta l’incontro doloroso di Gesù e Maria.

Considera i dolorosi saluti e la rassegnazione nella divinità volontà, quando ambedue sentivano l’accrescimento dei dolori.

Caverai uniformità, con la volontà di Dio in ogni tua avversità, e specialmente nelle più sensibili d’onore.

Figlio e madre addolorati,

per li gravi miei peccati;

tale scempio, tale orrore

piange il pover mio cuore.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

V Stazione:

Rappresenta come il Cireneo aiutò Gesù a portare la croce, mettendosi su le spalle quella punta di croce che trascinava per terra.

Considera la pena interna di Gesù in vedere la crudeltà dei giudei che lo volevano morto, svergognato su la croce; perciò lo fecero aiutare.

Caverai sentimento d’aiutare il tuo prossimo nelle sue afflizioni e travagli.

 

Buon Gesù, fosti aiutato

da quell’uomo fortunato;

ed io quando risoluto

porgerotti grato aiuto?

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

VI Stazione:

Rappresenta la carità della Veronica nell’asciugare la faccia di Gesù col suo velo, e la liberalità del Signore, che lasciò impresso il suo ritratto addolorato nel medesimo velo.

Considera come paga soprabbondantemente il Signore ogni minimo servizio che gli si fa.

Caverai desiderio grande di servire il Signore, mentre lo vedi amoroso rimuneratore.

 

Oh che amore! Oh che grand’atto!

Tu mi lasci il tuo ritratto;

ed io in faccia a tanto amore

se ti offesi, ahi! Che dolore!

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

 

VII Stazione:

Rappresenta la seconda caduta nel mezzo della porta della città, dove fu calpestato da molti per la strettezza del luogo.

Considera il benigno Signore disteso faccia a terra, abbattuto dai dolori strapazzato dai nemici, e deriso dalla plebe.

Caverai motivo di umiliarti sotto la mano onnipotente di Dio, quando ti eserciterà con la sua croce.

 

Tu caduto, caro bene,

soffri cali, pugni e pene;

o mio caro, o Gesù santo,

da questi occhi amaro pianto.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

VIII Stazione:

Rappresenta il luogo, dove Gesù amoroso manifestò alle donne piangenti l’atrocità del peccato, imponendo di piangerlo.

Considera l’infinito amore di Gesù che scordatosi dei suoi dolori, pensa a noi ammaestrandoci.

Caverai sentimento di ringraziarlo, giacchè sollecito di tua salute non lascia di beneficarti.

 

Le dottrine, che tu insegni,

son d’amore grati pegni;

ed io duro, ed ostinato

perché vivo smemorato?

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

IX Stazione:

Rappresenta la terz acaduta del nostro Gesù, e gli scherni e dolori che sentì.

Considera con quanti strazi lo fecero alzare perché arrivasse vivo al monte Calvario per ivi crocifiggerlo.

Caverai confidenza nelle piaghe del Signore d’alzarti subito quando qualche volta cadrai per la tua fragilità.

 

Gesù afflitto, al suo caduto,

dagli affanni sei abbattuto;

oh durezza del mio cuore,

che non scoppia di dolore?

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

X Stazione:

“Rappresenta il luogo dove con crudeltà spogliarono Gesù delle sue vesti.

Considera il dolore estremo del pazientissimo Signore nella rinnovazione delle sue piaghe, la vergogna nel vedersi ignudo, l’amarezza nel ricevere il fiele e l’aceto.

Caverai profitto di spogliarti degli affetti di questo mondo, desiderando solamente patire per chi cotanto per te patì.

 

Gesù nudo e svergognato.

Da me fosti amareggiato

Ecco nudo ti presento

Il mio cuore in pentimento.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più”.

 

XI Stazione:

Rappresenta lo spasimo di Gesù nell’essere trafitto in croce da crudelissimi chiodi.

Considera come volentieri stendeva le braccia su la croce per abbracciare tutti i peccatori, ed il gran dolore che sentì nell’essergli trapassate le mani ed i piedi da quei chiodi.

Caverai sentimento di crocifiggere te stesso dandoti tutto a Gesù mentre egli tutto si diede per te nella croce.

 

Duri chiodi del Signore,

trafiggete questo cuore;

a me tocca, o caro Iddio,

pianger sempre il fallo mio.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

 

XII Stazione:

Rappresenta lo spasimo che sentì Gesù nell’alzarsi la croce; le tre ore che stette vivo in croce, e la sua penosissima morte lagrimata da tutte le creature.

Considera la pena del Redentore nell’essere sostenuto da tre chiodi, nel vedere l’afflitta madre, e maggiormente la tua ingratitudine.

Caverai una gran confusione di te stesso per il poco che fai per il tuo Gesù, mentre non spargi una lacrima di compassione, spargendo egli per te il suo sangue.

 

Oh! Gran pena, oh! Caso atroce,

morì Cristo su la croce;

morì il giusto, morì il santo,

occhi miei scorrete in pianto.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

XIII Stazione:

Rappresenta la scesa dalla croce, e Gesù morto nelle braccia di Maria addolorata.

Considera i dolorosi abbracci dell’afflitta madre differenti da quei del presepio; mira le angustie del suo cuore.

Accompagna il suo pianto con lacrime di vera contrizione.

 

Cuore afflitto di Maria,

ti piago la colpa mia;

tu ch’hai in braccio il figlio caro;

dà a quest’occhi un pianto amaro.

Deh, mio caro e buon Gesù,

fa ch’io mai t’offenda più.

 

XIV Stazione:

Rappresenta la sepoltura di Gesù.

Considera l’eccessivo dolore che sentì la Vergine nel vedersi affatto priva della presenza del suo dolcissimo Figlio.

Accompagnala nella sua solitudine piangendo i tuoi peccati, causa dei suoi dolori.

 

Mio Signor, la sepoltura

Sia il mio cuore pietra dura:

deh! Rompetelo, o mio amore,

con cauto e gran dolore:

e poi fate o mio Gesù,

ch’io gimmai t’offenda più.

Durante tutte le stazioni i confrati stanno in ginocchio. Quando si narra delle cadute di Gesù, il confrate che reca la croce si stende a terra. Al termine di ogni stazione tutti i confrati invocano il perdono dei propri peccati con delle preghiere e baciano a terra.

Dopo la Via Crucis, il confrate Segretario recita la Coroncina a braccia aperte, elenco delle cinque piaghe del Cristo crocifisso. Tutti i confrati tengono le braccia aperte e dopo l’enunciazione di ogni piaga, insieme, recitano le preghiere prescritte. Finita la Coroncina, mentre tutti stanno con le braccia lungo i fianchi e con il capo chino, il Segretario elenca i sette dolori di Maria: 1) al tempio, quando l’anziano Simeone profetizzò la morte di Gesù; 2) a causa della fuga in Egitto; 3) quando Gesù per tre giorni fu cercato invano dai genitori e poi fu trovato al tempio; 4) quando vide il figlio trasportare la croce; 5) quando lo vide appeso alla croce; 6) quando a questi gli fu trapassato il costato; 7) quando lo accompagnò al sepolcro.

I confrati considerano questo momento la conclusione della prima parte del rito penitenziale. Tutti si spostano in fondo alla navata, nel punto più lontano dall’altare, e rivolti verso di esso, per primi il confrate Superiore e i Congiunti, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, procedono in ginocchio percorrendo la navata fino a raggiungere il Cristo Morto. Durante il percorso, con il flagello (u libbanu) nella mano destra, si percuotono con un movimento stilizzato la spalla sinistra.

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Giunti davanti all’altare il Superiore bacia le ferite del Cristo e poi i talloni del confrate alla sua destra, il quale, fattosi un po’ più avanti, già si accinge a baciare anch’egli la statua. Il Superiore si alza e si allontana, mentre il confrate a cui ha baciato i talloni fa lo stesso con il confrate che ha accanto. A seguire, in fila per due, tutti baceranno prima le ferite del Cristo e poi i talloni del vicino.

9

L’azione è scandita da cinque intervalli di durata più o meno regolare in cui vengono, uno per volta, cantati all’unisono i cinque versi del Popule meus:

Popule meus

 quid feci tibi

aut in quo

 contristavi te

responde mihi.

 

Dopo che tutti hanno compiuto l’adorazione penitenziale delle ferite di Cristo, il rito si conclude con l’azione di tre confrati scelti, i quali ripeteranno il percorso all’impiedi, inginocchiandosi solo tre volte: all’inizio, a metà percorso e davanti al Cristo. Tutte e tre le volte baceranno per terra e sosteranno qualche secondo per una preghiera.

Carini 07-03-2003 (9)

I SUONI E I GESTI DEL NATALE IN SICILIA. Un resoconto etnografico

Un mio articolo dell’anno scorso.

Vincenzo Ciminello

Riflettere su una festa, celebrata entro i confini di qualsivoglia sistema mitico-religioso, significa innanzitutto porre l’attenzione sul tempo in cui questa si contempla. In tutte le culture del passato, come anche del presente, il ciclo dell’anno è scandito da interruzioni del tempo ordinario e dalla conseguente instaurazione di un tempo altro, il tempo della festa. Questa organizzazione del tempo fa sì che esso sia percepito a livello della rappresentazione visiva come un cerchio o, meglio ancora, come una spirale. Si parla di tempo ciclico in tensione, un tempo che ritorna ma che non è mai uguale a se stesso. Grazie alla riflessione di Albert Einstein il tempo è stato, inoltre, associato anche all’idea di spazio.
In questo articolo proverò descrivere l’organizzazione del tempo-spazio del Natale in Sicilia, considerando i rapporti che questa festa cristiano-cattolica ha con altre credenze più antiche. In modo particolare, considererò gli aspetti espressivi, legati ai…

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Breve riflessione nel settantesimo anniversario del rastrellamento degli ebrei del ghetto di Roma.

Elena Loewenthal ha scritto:

‹‹…si cresce, si studia e si lavora per diventare “persone” e tali restare per la vita. Persone e non numeri. Persone e non carne da macello. Persone e non subumani alla voce “soluzione finale”. Persone e non pasto per le camere a gas. Persone e non fumo per le ciminiere.››[1]

È partendo da questa affermazione che oggi, 16 ottobre 2013, a settanta anni dal rastrellamento degli ebrei del ghetto di Roma, desidero esprimere quanto in queste ore ha arrovellato la mia mente.

 

Dopo alcuni giorni dalla morte del nazista Priebke e dopo aver assistito a malincuore a quanto è accaduto ad Albano Laziale (città medaglia d’argento al valore della Resistenza) ho rivolto il mio sguardo alla “strada”, luogo deputato di tutte le mie rocambolesche esperienze, e cogitabondo ho sospirato.

È vero che la stragrande maggioranza degli italiani ha manifestato il suo sdegno nei confronti dell’operato del boia delle Ardeatine. È anche vero che moltissimi hanno espresso il loro disappunto riguardo alla celebrazione di esequie cristiane per un uomo (con questo termine mi riferisco solo all’entità biologica del soggetto in questione) che non si è mai pentito del male che ha perpetrato contro civili inermi, eppure c’è qualcosa che non mi torna, qualcosa che ancora non mi convince e che mi lascia sgomento, profondamente turbato e deluso: l’orrore, quell’orrore dei corpi mutilati, delle sevizie, della fame, del freddo, della disumanizzazione, non è ancora un fatto oggettivo.

Fosse anche un singolo individuo a difendere i nazisti come Priebke, fosse anche solo la farneticazione di uno sparuto gruppo di nostalgici a rivendicare il diritto di revisionare la Storia sulla base di teorie assolutamente scellerate, io non mi sentirei per nulla sereno.

Non c’è bisogno di rivolgersi all’oracolo televisivo o a quello della rete per avere contezza di quanto il problema sia reale e di quanto allo stesso tempo continua a essere sottovalutato o considerato nella sua effettiva gravità solo da un gruppo ristretto di intellettuali. Provate a chiedere al vostro vicino, ai vostri amici o ai vostri colleghi cosa pensano degli ebrei nel mondo. Vi assicuro che buona parte di essi, dopo aver espresso solidarietà al popolo ebraico per quanto subito durante la Shoah, vi dirà che gli ebrei hanno il mondo nelle loro mani, che gli ebrei si ghettizzano da soli e che sono i nuovi colonialisti, come se non esistessero ebrei precari o disoccupati, come se preservare una specificità culturale significasse chiusura, come se tutti gli abitanti di Israele la pensassero allo stesso modo su quanto accade lungo la striscia di Gaza.

Quello che permane in questo atteggiamento, lo si è detto in tutte le salse ma ancora forse non basta, è il risultato di un odio che si è sedimentato lungo secoli di accanimento e persecuzione. Oggi il male fermenta e lievita nel tino del negazionismo, in quella che la filosofa Donatella Di Cesare definisce “negazione sistematica e nullificante”[2], che opera non per far dimenticare, ma per annullare completamente ciò che è stato. La studiosa ha sottolineato, inoltre, come la questione non sia solo di ordine storico, ma anche politico e filosofico e come questa ha assunto dimensioni internazionali, senza tralasciare l’Italia.

Oggi ci commuoviamo di fronte ai servizi televisivi che ci ricordano i 1024 innocenti rastrellati nel ’43. Oggi con un nodo in gola ricordiamo che 200 di essi erano bambini. Oggi ci indigniamo di fronte a coloro che giorni fa hanno urlato alla volta della salma di Priebke “onore al capitano” o “boia chi molla”, ma domani? Saremo pronti a smentire il nostro vicino, il nostro amico o il nostro collega? Sapremo difendere la Memoria? Ci sforzeremo di essere partecipi del processo di sedimentazione di quella che deve essere la nostra ennesima battaglia culturale? Ennesima sì, perché sono tante le battaglie culturali che ci tocca affrontare ogni giorno in questa Italia che negli ultimi vent’anni è stata sbrindellata dalla massificazione dell’ignoranza, mentre in tanti, forse non troppi in verità, ci siamo sentiti sempre più avviliti e, soprattutto all’inizio della degenerazione culturale, probabilmente un po’ troppo sicuri di noi stessi per urlare subito la nostra indignazione.

Questi miei dubbi iperbolici sono il vero fulcro del mio turbamento nei confronti di quanto accade intorno a me, tuttavia essi divengono anche strumenti privilegiati per rinvigorire quella consapevolezza che ormai da lungo tempo ha messo radici nella mia coscienza di studioso e nella mia quotidianità e cioè che la Memoria di quanto è accaduto non solo va onorata e tramandata, ma anche tutelata contro gli attacchi di coloro che profanandola vorrebbero ridurla in mero pulviscolo, continuando il piano di morte di Hitler.

Retorica? No, continua presa d’atto del fatto che tutti dobbiamo fare la nostra parte se veramente vogliamo vivere in un paese migliore.

Oggi il Presidente della Repubblica Napolitano ha assicurato che l’iter della legge contro il negazionismo procede senza indugio, mi auguro che presto se ne vedranno i frutti.


[1] E. Loewental 2002, L’ebraismo spiegato ai miei figli, pag. 61, Bompiani, Milano.

[2] D. Di Cesare 2012, Se Auschwitz è nulle. Contro il negazionismo, pag. 10, Il Melangolo, Genova.

Sul piacere di scoprire, ma anche di cercare.

Il 24 luglio del 1911, l’esploratore statunitense Hiram Bingham scopriva la città perduta degli Inca, la magnifica Machu Picchu. Solo al pensiero dell’emozione provata in quel momento da Bingham, mi vengono le vertigini. La scoperta è un grande sogno, un momento nella vita di un ricercatore che ripaga di tanti sacrifici. La scoperta è solo per un attimo di chi la fa, poi è giusto che diventi di tutti, anche se rappresenta l’apice di un cammino che è intimo, personale, quasi segreto, fatto di mille difficoltà, ma di cui nessuno scienziato, studioso o esploratore che dir si voglia può fare a meno.

Uno dei sogni che avevo da bambino era proprio quello di diventare un esploratore. Immaginavo di andarmene in giro per il mondo alla ricerca di luoghi dimenticati, di tesori nascosti e di segni che testimoniassero un antico passaggio dell’Uomo.

Crescendo mi sono perdutamente innamorato dell’Antropologia e devo dire che Lei mi ha subito ricambiato, facendomi provare sensazioni uniche: il continuo cercarsi, l’ascolto, la comprensione silenziosa, il discorso e, dopo un duro lavoro, la scoperta.

Come ogni amore, quello per lo studio va rinnovato ogni giorno, va curato, valorizzato, alimentato con linfa sempre nuova e con il desiderio di essere sempre una cosa sola. Se lo studioso o la Scienza perdono il calore della passione e si trasformano nel mero esercizio di una qualunque pratica, la fine del rapporto è vicina. Lo studioso e la Scienza diventano sterili l’uno per l’altra. Niente idee, niente stimoli.

Da bambino, durante le estati passate in campagna con mio nonno, il piacere della ricerca mi portava spesso ad allontanarmi per ore e ore da casa. Attraversavo gli uliveti dei nostri vicini e mi spingevo fino a un grosso cespuglio di rovi addossato a una rupe. Lì, lasciati l’arco di legno d’ulivo (l’unico legno che avevo a disposizione per costruirlo) e la lancia (in genere una lunga canna scelta tra le più dritte), mi nutrivo di more che raccoglievo lentamente tra le spine, per gustarmi poco alla volta il piacere di quella conquista. Rimanevo a lungo in quel luogo silenzioso e da sopra un grande masso guardavo la campagna che scendeva a valle verso il mare. Durante quelle esplorazioni studiavo la forma dei tronchi, i colori delle pietre che calde spuntavano dalla terra, i movimenti degli insetti, gli odori. Annotavo nella mia mente ogni singolo particolare che mi offriva quel meraviglioso spettacolo della natura.

Percorrevo quei sentieri ogni giorno, spingendomi sempre più lontano, sforzandomi di osservare con più attenzione. Il tesoro o la città dimenticata dovevano essere lì da qualche parte e io credo che ci siano ancora. Non ho mai smesso di cercare, anche se dopo aver conosciuto l’Antropologia ho rivolto la mia attenzione ad altro. Credo che l’essenza della ricerca sia proprio questa, quella che ho imparato da bambino: avere sempre il desiderio di trovare o forse di provare.

Credo anche un’altra cosa, che questo metodo vada bene non solo per gli esploratori o per gli antropologi, ma anche per tutti gli esseri umani. Sarebbe veramente un bel mondo quello in cui ognuno di noi non smettesse mai di sognare di fare una scoperta.